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Disturbi specifici di apprendimento e difficoltà, ecco le differenze

Si sente sempre più spesso parlare di disturbi specifici di apprendimento che secondo il Ministero dell’Istruzione colpirebbero in Italia 187mila persone. 109mila soffrirebbero di dislessia, 39mila sarebbero affetti da disgrafia, 47mila da disortografia e 42mila da discalculia. Ma si tratta sempre di disturbi? E quando invece sarebbe più giusto parlare di difficoltà?

disturbi apprendimento

E’ Daniela Lucangeli, professoressa di Psicologia dello sviluppo presso l’Università degli Studi di Padova ed esperta di psicologia dell’apprendimento, a mettere a fuoco la differenza tra disturbo e difficoltà.

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Il fatto che sia aumentato il numero di diagnosi relative ai disturbi dell’apprendimento è da una parte un segno positivo, perché indica una conoscenza più profonda e una maggiore attenzione al problema che permette di far emergere anche quanto fino ad oggi era rimasto sommerso. D’altra parte, si rischia di fare confusione sui modelli di riferimento: si applicano infatti anche ai bambini modelli della psicopatologia propri della clinica adulta. Bisogna invece fare un’importante distinzione e capire che da un lato ci sono i disturbi veri e propri, dall’altro ci sono difficoltà legate al processo evolutivo del bambino. In quest’ultimo caso si tratta non di psicopatologie diagnosticabili, ma di fatiche e difficoltà su cui si può intervenire per tempo. È necessario quindi riconoscere la patologia ma non “patologizzare” ciò che è, invece, educabile. I genitori devono essere quindi aiutati, dagli esperti e dagli insegnanti, a non confondere sintomi che potrebbero essere simili, ma che hanno cause, conseguenze e bisogni del tutto diversi

Quando si parla di disturbi specifici di apprendimento occorre dunque fare una distinzione per poter poi procedere con cautela e nel giusto modo: l’obiettivo è quello di aiutare i piccoli a superare le difficoltà.